Per non dimenticare… il nazismo e lo sterminio delle persone disabili

Gen 27, 2020 | News

Nel 1939 Hitler diede il via al programma di “eutanasia” delle persone disabili, in codice AKTION T4. In realtà si trattò dello sterminio di 300.000 bambini e adulti innocenti in nome della purezza della razza e del risparmio di risorse economiche. Fu una sorta di mostruosa prova generale della Shoah, uno dei più tremendi buchi neri della storia. L’uccisione programmata delle persone disabili fu il frutto di idee scientifiche distorte, manipolate da un potere assoluto e perverso che controllava gli strumenti di comunicazione in modo talmente capillare da manipolare nel profondo le opinioni delle persone: un rischio da cui non saremo mai al sicuro.

Sei anni fa, a marzo 2014, noi di Anffas Sibillini allestimmo a Sarnano la mostra “Ricordiamo”, realizzata da Anffas su questa tematica. Affinché orrori come questi non si ripetano è importante essere consapevoli della loro esistenza nella storia: conoscere e ricordare questi crimini è fondamentale per preservare i diritti umani per cui tanto ci siamo battuti.

Oggi, in occasione della Giornata della Memoria, vogliamo riportare uno dei brani cardine di quella mostra, tratto da Ausmerzen di Mario Paolini.

Che senso ha, dopo oltre settant’anni, tornare ancora a quel male assoluto che fu lo sterminio nazista per narrare la vicenda terribile dell’uccisione dei disabili e dei malati mentali? Perché tornare su cose che fanno stare tanto male? Si potrebbe essere tentati di condividere la cinica dichiarazione del dott. Georg Renno (medico nazista responsabile delle uccisioni avvenute nel castello di Hartheim, rimasto impunito) in un’intervista rilasciata ad un’emittente austriaca nel 1988: «È passato molto tempo… un giorno bisognerà pur farci una croce sopra». Troppo comodo.

Si deve conoscere, anche se fare memoria può essere difficile e doloroso. È necessario, non tanto per raccontare altre uccisioni, perché, di fronte ai dieci milioni di morti nei campi di sterminio, 300 mila in più aggiungono ben poco, quanto piuttosto per la diversa connotazione dei due stermini e per le domande inquietanti che l’eutanasia dei disabili pone per il presente e per il futuro. Infatti, le uccisioni, gli esperimenti, le sofferenze inflitte ai malati mentali non furono opera delle SS e di fanatici nazisti. Fu opera di illustri psichiatri che avevano portato la psichiatria tedesca ai vertici mondiali prodigandosi per migliorare le condizioni dei manicomi e dei malati, fu opera di medici di famiglia, di direttori di ospedali e di infermieri che si trasformarono in aguzzini dei loro pazienti.

Nelle motivazioni culturali, scientifiche e politiche che portarono prima alla sterilizzazione, poi all’uccisione dei disabili forse si può trovare la risposta alla domanda che da oltre 70 anni tutto il mondo si pone: «Come hanno potuto concepire qualcosa di tanto mostruoso? Come ha potuto una nazione civile come la Germania, in pieno secolo ventesimo, precipitare in una tale barbarie?» Il governo di Hitler poté attuare l’orrore dei suoi stermini perché le sue idee poggiavano su basi scientifiche, culturali e politiche diffuse all’epoca in molti altri Paesi civilissimi.

Partendo da esse il nazismo, facilitato dalla disastrosa situazione economica derivata dalla crisi del ’29, attuò una mostruosa manipolazione delle coscienze attraverso l’elaborazione di programmi didattici per tutte le scuole di ogni ordine e grado e organizzò una propaganda capillare fatta di film proiettati nelle 5.300 sale cinematografiche di Stato, di manifesti che tappezzavano ogni strada, di mostre e di opuscoli distribuiti ovunque.

Approfondendo questi aspetti dello sterminio dei disabili ci si rende conto che idee scientifiche distorte e gli strumenti della comunicazione in mano al potere possono portare a qualsiasi aberrazione, specie se si accompagnano a periodi di grave crisi economica.

Ritornare a quella storia non significa rivolgere uno sguardo pietoso al passato, ma guardarsi in uno specchio scomodo per riflettere sul presente e sul futuro».

(Mario Paolini, Ausmerzen, Einaudi, p. 160).

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